E GLI ALTRI 9.000?

Lettera aperta di don Federico e di don Carlo
alla nostra Unità Pastorale

No, stavolta non parliamo di soldi da trovare. Stavolta parliamo di noi, degli abitanti della nostra Unità Pastorale.

Nell’ultimo Consiglio di Unità Pastorale ci siamo posti ancora una volta una domanda: nel territorio della nostra Unità Pastorale vivono circa 10.000 persone; alle Messe domenicali partecipano, grosso modo, 1.000 persone. La domanda, quindi, è: «E gli altri 9.000? Come li raggiungiamo?».

Lo sappiamo: non esistono ricette preconfezionate. Nessuno ha la risposta in tasca. Papa Francesco, però, ci ha insegnato ad «avviare processi più che possedere spazi» (Evangelii gaudium, 223). E qualche risposta dobbiamo pur darla, anche per evitare che ogni volta si torni sulla stessa domanda, si metta a fuoco la «diagnosi», ma non si riesca mai a individuare qualche possibile «cura».

«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

Queste parole del profeta Isaia risuonano in modo particolare per noi oggi.

  • La ristrutturazione della Mensa e dei locali parrocchiali non è soltanto una questione edilizia. Ci rendiamo conto che questa sarà la prima grande opera della nostra Unità Pastorale, finanziata anche con i contributi della gente di tutte e tre le parrocchie, pensata insieme, realizzata insieme e che sarà gestita insieme? L’Arcivescovo, nella sua prima Lettera pastorale alla Diocesi, ci invita a passare dai servizi alle relazioni e, tra l’altro, cita proprio la Mensa. Ci rendiamo conto che, oltre ai tanti volontari della nostra Unità Pastorale, si sta realizzando un coinvolgimento di numerose altre persone che si occuperanno del pranzo e che verranno da ogni parte di Pisa, e non solo? Ci rendiamo conto che non tutti saranno cattolici praticanti e che anche questa, quindi, sarà un’occasione di «contaminazione di Vangelo»? La Mensa, dunque, è una prima risposta alla nostra domanda.
  • Quasi ogni domenica, al termine della Messa delle ore 11 a I Passi, incontriamo i genitori dei bambini dei gruppi di catechismo che animano la celebrazione. Ci sembra che anche questa possa essere un’occasione preziosa di coinvolgimento degli adulti. Tante volte, infatti, ci diciamo: «Dobbiamo partire dagli adulti!». Ebbene, queste sono occasioni preziose per «contaminare di Vangelo» anche loro. Con la «scusa» di vedere i propri bambini che animano la Messa, intanto li abbiamo con noi durante la celebrazione e, subito dopo, li incontriamo, ci parliamo, li conosciamo. Troppo poco? Sì! Ma intanto è un seme. E il Vangelo ci ricorda che anche il più piccolo dei semi può diventare un grande albero (cfr. Mt 13,31-32).
  • Un’altra pista è la benedizione delle famiglie. Sappiamo bene che due parole chiave sono «missione» e «relazione». Non è forse anche questa un’occasione di incontro capillare con gli adulti, con le famiglie, con le situazioni di povertà, con tante persone che vivono nella solitudine o nella malattia? E da quell’incontro possono nascere altri percorsi: il servizio dei Ministri Straordinari della Comunione, l’assistenza della San Vincenzo, la cura delle relazioni, la vicinanza concreta alle persone.
  • Un’altra risposta alla domanda «E gli altri 9.000, come li raggiungiamo?» la troviamo nel doposcuola: un’altra esperienza di frontiera, in un «quartiere strategico» come quello di Gagno. Un’esperienza che ci permette di intercettare e incontrare tante situazioni di bisogno, ma anche tanta bellezza, tante risorse, tante culture diverse dalla nostra, che non possono che arricchirci.

Quindi siamo bravi? Le cose le facciamo e, dunque, siamo a posto così? No! Quei 9.000 sono e restano una priorità.

Con altre due attenzioni, però.

  • La prima: l’obiettivo non è semplicemente che quei 9.000 vengano tutti a Messa, anche se per noi l’Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Proprio perché la Messa è fonte e culmine, dobbiamo pensare anche a tutto ciò che sta nel mezzo, ossia alla nostra quotidianità. Ed è qui che si colloca l’impegno quotidiano non solo, e non tanto, dei preti, quanto piuttosto dei laici che vivono nel mondo, che abitano tutte le frontiere della vita e che hanno continuamente occasioni preziose per «contaminare di Vangelo» la realtà in cui si trovano. L’annuncio e la testimonianza hanno una dimensione comunitaria, ma anche una dimensione personale. Accanto alla constatazione che a Messa siamo 1.000 e che gli altri 9.000 non ci sono, dobbiamo anche chiederci: ma io, personalmente, che cosa sto facendo per annunciare il Vangelo? Che cosa sto facendo non tanto per portare la gente a Messa, quanto piuttosto per testimoniare Gesù e il suo Vangelo? Del resto, Gesù ci ricorda: «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13) e «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Il sale e la luce non esistono per se stessi, ma per dare sapore e illuminare ciò che li circonda.
  • La seconda attenzione: la relazione è probabilmente la via maestra per raggiungere gli ormai famosi 9.000. Proprio l’Arcivescovo ci invita a passare «dai servizi alle relazioni». Dobbiamo riconoscere che i difetti non mancano a nessuno, nemmeno alla nostra Unità Pastorale. Tuttavia, non possiamo negare che «relazione» e «comunità», per noi, non sono soltanto concetti, ma realtà che permeano il nostro vissuto quotidiano. Ciò che dobbiamo fare è rimanere nel solco di una lunga tradizione, di una lunga storia di «comunità» che ci viene dal passato. Dobbiamo, però, saper «distillare» quello spirito di comunità, rifiutando ogni logica da «profeti di sventura», che rischia di farci vivere soltanto di anniversari e di ricorrenze del passato, come se il «meglio» fosse stato solo allora. Se vogliamo rendere felici anche certi nostri «antenati», quelle persone che hanno segnato la storia delle nostre parrocchie, forse dovremmo proprio raccogliere quel «distillato di spirito di comunità» e guardare al futuro, traducendo quello stesso spirito nell’oggi della storia, senza voler trasportare a ogni costo il passato nel presente. Perché quel mondo non esiste più!

Ringraziamo il Signore perché, con i nostri limiti, i nostri difetti, i nostri peccati, ma anche con la nostra gioia e il nostro entusiasmo, stiamo abitando questo «cambiamento d’epoca», in un continuo discernimento comunitario, nella lieta consapevolezza che lo Spirito è sempre all’opera ed è sempre «novità».

Ringraziamo il Signore perché quei 9.000 sono la nostra passione e il nostro pensiero costante.

Ringraziamo il Signore perché davvero certe demolizioni e certe ricostruzioni non sono soltanto edilizie, ma diventano anche «opere-segno», che ci fanno toccare con mano, dilatando il cuore di gioia, che risuonano proprio per noi, oggi, quelle parole del profeta Isaia: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,18-19).

Don Federico e Don Carlo